Ricomporre per dare nuova vita

Ripenso ad un vecchio vaso che sta in casa dei miei genitori.

Ricordo che, da bambino, si ruppe in mille pezzi e mia nonna, con cura certosina, lo ricompose tentando di ridargli l’unità originaria.

Ovviamente non tornò ad essere il vaso di prima, ma un vaso rotto, visibilmente aggiustato con la colla. Un’immagine molto poco poetica. Come si dice in Veneto: “peso el tacon, che el buso!” (tradotto: peggio la toppa, che il buco).

Se a mia madre tornò il sorriso per averlo in qualche modo recuperato, a me non è mai piaciuto e ora capisco perché!

 

 

L’avere perso la sua essenza e il cercare di ridargliela era stato solo un vano tentativo, un’illusione di far tornare l’oggetto come prima. Consapevoli di questo, i giapponesi usano la tecnica del kintsugi, eventualmente, per dare nuova vita ad un oggetto rotto.

Ora, per esempio, siamo in autunno: le foglie ingialliscono e cadono, ma non ci sogneremmo mai di raccoglierle, tingerle di verde e riappiccicarle al loro posto, cercando di costruire un’eterna primavera.

 

 

Quando spacco i materiali per fare mosaico, do loro una nuova vita, un nuovo motivo d’essere: non tento di ricostruire la materia, ma la investo di una nuova funzione.

All’essere umano piace la staticità, la routine. Pare crearsi una zona di comfort dalla quale preferisce non uscire. Perché ciò che si conosce non spaventa.

Facciamo fatica ad affrontare le nuove situazioni, i cambiamenti perché richiedono sforzo, energie. Eppure sono proprio quelli i momenti che ci fanno crescere e ci aprono gli occhi su aspetti che non abbiamo considerato e che ci arricchiscono.

Ecco perché il vaso rotto sarebbe dovuto diventare parte di una nuova forma e non un ricordo sbiadito di ciò che era.

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