Dalla finestra del mio studio, posso vedere l’entrata del mio vicino. È rivestita con tanti frammenti, disposti un po’ alla rinfusa, a ricomporre una superficie.

Questo tipo di rivestimento si chiama palladiana e ha origini lontane (già nell’antica Roma veniva usato). Oggi, sento spesso far rientrare questa tecnica sotto il cappello di “mosaico”, forse perché si tratta comunque di pezzi di pietra, più o meno grandi, giustapposti. Forse perché in un qualche modo si riescono a ricostruire dei disegni (penso alla classica rosa dei venti o alle iniziali di famiglia). Oppure ancora perché può avere un’analogia con le forme di rivestimento che tanto hanno preso piede nel sud della Spagna con Gaudì. E infatti anche quest’ultima tecnica viene considerata mosaico, quando in realtà ha un proprio nome che è trencadís. In Italia un esempio sulla falsa riga è il Giardino dei Tarocchi a Capalbio (Gr).

Penso che, per semplicità, molte tecniche possano essere ricondotte al mondo del mosaico. Ma assemblare pezzi di materiale colorato (per quanto i pezzi possano essere piccoli) non significa necessariamente che questo sia mosaico. Perciò, facciamo attenzione però a non cadere nell’errore di essere semplicistici o generalisti perché il rischio di confusione è dietro l’angolo.

Il mosaico vive di regole proprie e può essere definito tale (e qui lo spiego meglio) quando esistono delle tessere, delle unità, possibilmente tagliate con una martellina e disposte secondo con un certo ordine (gli andamenti) per comporre un disegno o una superficie. Semplice e cristallino.