Nel mio percorso, ho avuto la fortuna di incontrare una gran quantità di maestri. E spesso non erano seduti dietro una cattedra.

Fra i miei ricordi, c’è il carpentiere di un’officina. Avrò avuto 16 o 17 anni e, nella pausa scolastica estiva, avevo trovato lavoro nell’azienda dove l’ho incontrato. Era un uomo altissimo e imponente. Sotto le sue folte sopracciglia, spiccava quello sguardo fiero di chi sapeva ciò che diceva. Infatti mi spiegò di come amasse il suo lavoro, perché adorava vedere vedere le cose prendere forma con le sue mani. Chissà cosa direbbe oggi, sapendo che gli ho “rubato” un po’ del suo mestiere, quando mi dedico alla costruzione dei supporti dei mie mosaici artistici.

pavimento alla veneziana seminato

Ricordo anche il maestro silenzioso. Non mi spiegava niente, ma mi ha insegnato tanto. Lavoravo con lui come piastrellista. Era un uomo dalla forza fuori dal comune e trovava sempre il modo di dimostrarlo. Era duro e implacabile. Non era concesso sbagliare, avere disattenzioni o fare un solo gesto che non avesse una qualche utilità. Io non ero sempre all’altezza, ma uno degli ultimi giorni che lavorammo insieme mi lasciò da solo. Poi dopo un po’ tornò a vedere cosa stessi facendo e mi disse “vedi, ora hai imparato un mestiere. Perché non continui?”. In quel periodo ho capito che le critiche sono occasioni di crescita. Vero è, che non so se ho realmente imparato a vederle così 🙂

Ricordo il capo-giardiniere e il suo entusiasmo per il suo lavoro. Anche per lui, come per il carpentiere, era la sua massima espressione del sé. Invidiavo la sua felicità del mattino e la soddisfazione che portava la sera, quando guardava a cosa aveva fatto. E celebravamo spesso questo momento: che c’era di meglio di una birra fresca, dopo una giornata di fatiche e sudori sotto il sole?
Fra la sua squadra, uno dei giardinieri più anziani mi ha insegnato la semplicità. Cercavo in tutti i modi di legare il più saldamente possibile una pianta ad un palo. Stavo facendo un casino fra nodi e legature confusionarie e improvvisate. D’altronde nessuno mi aveva spiegato come farlo, e nell’arte di arrangiarmi me la cavavo. Arrivò e mi disse con tono quasi paternalistico: “non serve tutta quella roba: ti faccio vedere”. Con un quarto dello spago che stavo usando, fece un nodo con la grazia di una ricamatrice. Un solo nodo e pochi passaggi. Ma quelli giusti.

Tante sono le persone che mi hanno dato qualcosa. E di sicuro non si esauriscono qui. I contesti sono i più disparati: dai luoghi di lavoro, a quelli ricreativi, agli incontri occasionali. A volte è bastato un momento, una frase, un pensiero per aiutarmi ad intraprendere la strada che mi ha portato sin qui.

In più, un capitolo speciale va a chi ho incontrato alla Scuola mosaicisti del Friuli, dove mi sono formato come maestro mosaicista. Qui ho imparato tanta tecnica, ma soprattutto modi di vedere le cose, di pensare, di immaginare. Ho avuto anche la fortuna di interfacciarmi e lavorare con artisti bravissimi. Ma di questo ne scriverò prossimamente.