Molte sono le figure che incontriamo nei nostri percorsi, e che ci fanno da guida magari per brevi tratti. Delle mie, un po’ ne ho parlato in quest’articolo, ma mi piace ricordare gli anni di formazione alla Scuola Mosaicisti del Friuli dove ho incontrato persone speciali, sia fra i maestri che fra gli allievi.

Sei pronto a spiccare il volo?

Così mi chiese la maestra Evelina Della Vedova, consegnandomi quello che sarebbe stato il mio lavoro. Era il volto di Gesù, parte di una raffigurazione de La Pietà di Michelangelo che avremmo interpretato a mosaico. Ero emozionato: sentivo l’importanza del compito. Adoro le sfide, ma questa mi sembrava al di là della mia portata. Fra i miei compagni, non ero uno dei migliori. Eppure avrei dovuto realizzare il volto di uno dei due protagonisti dell’opera. Ci misi tutto me stesso per farlo al meglio e, man mano che proseguivo nel lavoro, sentivo lo sconforto di non arrivare mai alla fine. Tessere da forme difficilissime, la precisione del taglio che doveva essere impeccabile, i ricci dei capelli mi sembravano una tortura. Sì: avevo preso il volo e … mi ero schiantato, mi dicevo 🙂 Eppure, imperterrito, ho portato a termine il mio compito. Ed ora, anche a distanza, di anni, quando vedo quel volto, vedo la tenacia e la caparbietà che servono per raggiungere i grandi risultati.

Il mosaico deve vibrare

La velocità non è mai stata il mio forte, negli anni di scuola. E questo mi ha portato ad allenarmi continuamente per migliorarmi, ma non era il mio scopo. Amavo e amo tutt’ora il colore. Adoro come, accostando le giuste tonalità di colore, se ne possono riprodurre altri. “Il mosaico deve vibrare”, ci dicevano alcuni maestri. Parole misteriose, che solo con il tempo si sono chiarite. L’occhio si stanca di fronte a campiture totalmente piatte: sono artificiose. C’è bisogno di interrompere le monotonie, e bisogna farlo con gentilezza per non creare distrazioni. È un campo dove si lavora in punta di piedi, in equilibrio precario, e ricordo le ora passate a disegnare tessere colorate per capire quali fossero le miscele che funzionano e quali no. Sembravano ore eterne, ma ogni singolo minuto è stato prezioso come l’oro.

mosaico artistico la pietà di michelangelo interpretazione scuola mosaicisti del friuli

A sinistra il particolare del volto durante la lavorazione, a destra l’opera complessiva realizzata con il lavoro di tutti gli allievi.

Le star

Poi c’è chi passa veloce, ma sa lasciare un segno. Sono stati gli stage fatti con i grandi artisti mosaicisti, e fra questi ci sono stati Giulio Candussio e Marco De Luca. Io sempre super insicuro, vedevo loro come due rocce: stabili, forti. Sono persone che hanno molto da insegnare, ma è nel loro esempio di comportamento che sanno suggerirti quel qualcosa di impalpabile e indicibile, ma che resta.

Lavorare!

Questo era il mantra che, anche se in maniera indiretta, arrivava a noi allievi. E noi lo alimentavamo, perché il clima che si generava in maniera spontanea, era di una squadra che lavorava all’unisono, consapevole che ogni sforzo era poi ricompensato dalla consapevolezza di avere creato un qualcosa di unico, grande e irripetibile. Era forse l’orgoglio di poter dire “in questo mosaico, c’è anche il lavoro delle mie mani”. Ricordo la disciplina del maestro Burelli. Noi scapestrati e lui che ci rimetteva in riga. E l’ha fatto 🙂

La passione e l’amore del fare con le mani, non le puoi capire se non … facendo. Ci bastava quel piccolo input che ogni maestro, nella sua disciplina, ci dava, ed era fatta. Era una continua gara a voler fare cose nuove: imparare a come applicare un mosaico artistico, come saldare, come fare la colla di farina, come fare la colla di pesce, come fare un terrazzo alla veneziana… eravamo delle spugne e volevamo essere i migliori nel fare quel che facevamo.

Crederci

L’entusiasmo del maestro Igor Marziali, all’ultimo anno. Con lui, sono riemerso dallo “schianto” vissuto con il volto di Gesù. Ho lavorato sodo, e c’ho creduto. Fino in fondo. E alla fine è arrivato anche il premio per il miglior saggio finale di fine anno. Ogni progetto di quell’anno è stata una sfida entusiasmante. Difficile sapere all’inizio dove si sarebbe andati a parare, ma la sicurezza che ce l’avremmo fatta e che il risultato sarebbe stato memorabile.

Il segreto era, e rimane tutt’ora, semplice: basta crederci!

P.s.: anche se non ho nominato esplicitamente tutti i maestri, con nomi e cognomi, riservo per tutti loro un posto nel cuore.

riproduzione a mosaico di bianco polifonicamente incorniciato

Il mio saggio di fine anno, riproduzione a mosaico di “Bianco polifonicamente incorniciato” di Paul Klee