Riflessioni sulla mostra “Oltre la superficie”

Per esporre è necessario, prima di tutto, esporsi. Questo è valido per qualsiasi ambito: fare una presentazione a lavoro, parlare di una propria idea o prendere una posizione. Spesso esporsi crea uno stato di ansia, perché ci spostiamo dalle nostre abitudini e ci mettiamo in gioco.
È esattamente ciò che è successo sul Terminillo. Alla partenza provavo un mix di emozioni, fra gioia di raggiungere un risultato a cui ambivo e le mille paure e preoccupazioni: “Sarò all’altezza? Chi verrà, apprezzerà? Verrò capito?”. Il mondo del mosaico non trova ancora molti punti di contatto con il pubblico. Il mosaico da cavalletto – la mia specialità – ancora meno. Ero un po’ in apprensione sulle risposte che avrei potuto ricevere.
Ormai che la macchina era in funzione, non si poteva più tornare indietro e non mi restava che giocare la partita. Con la serenità e tranquillità di chi sa chi è e ciò che fa, mi sono lanciato e lasciato trasportare: “Cosa mai sarebbe potuto succedermi?”.

Ed è stato tutto molto piacevole e naturale. Il team del Terminillo si è confermato impeccabile: un allestimento splendido e un’accoglienza squisita. Quando hai a fianco a te persone così appassionate, non puoi più temere nulla. Certo, tanta emozione: l’esperienza di parlare a un microfono a tante persone, per spiegare la mia filosofia, affrontare con una video intervista, la fortuna di conoscere tante persone inizialmente incuriosite, poi fortemente interessate. Tutto questo mi ha dato una carica incredibile.

Vorrei ringraziare di cuore padre Mariano, don Luca, don Pietro e la loro squadra, per avermi concesso questa opportunità. Un grazie particolare alla curatrice, Letizia Rosati, che ha saputo cogliere l’essenza delle mie opere.